Genius Loci

Testo di introduzione e presentazione della mostra fotografica di Roberto Cotroneo al Milan Image Art Fair 2017

Nullus locus sine genio (1)

 

Per i latini il genio era il nume tutelare del luogo, il suo spirito guida, e Genius veniva chiamato il dio a cui ogni uomo veniva affidato al momento della sua nascita.

Nell’Eneide Virgilio invoca il Genius loci due volte, nel V° (83-95) e nel VII° libro (133-138) ed Enea come sappiamo diventerà il progenitore del popolo romano.

Con simili premesse il progetto fotografico di Roberto Cotroneo non poteva che nascere a Roma, non solo per i tratti semantici del titolo ma anche e soprattutto per ciò che questa città ha rappresentato nella costruzione della cultura occidentale.

Roma rappresenta più di un luogo fisico.

E’ uno spazio mentale quasi iconico, la cui incredibile stratificazione ancora perfettamente visibile e percepibile nell’aria che vi si respira, è nella mente di  ognuno di noi anche se non ci siamo mai stati.

L’autore è a proprio agio in un ambiente così ricco e denso e attraverso  il Genius Loci ci porta in territori inaspettati; il suo essere scrittore, poeta e saggista oltre che fotografo gli consente di nascondere all’interno del fotogramma più significati.

Il Genius Loci fotografico è nato esplorando con la  macchina fotografica i musei romani, conservatori di un sapere millenario arrivato fino ai nostri giorni variamente composto ed articolato, attraverso un lavoro che si rivela con poche iperboli tecniche e molto pensiero. Utilizzando la dimensione ideale della fotografia, quella per la quale ogni volta si manifesta una strana ed alchemica magia del non previsto e del non visto: l’indagine e la conseguente scoperta.

D’altronde che cos’è la fotografia se non uno straordinario e segreto strumento d’indagine?

Il progetto è in itinere per il mondo, ben lungi dall’essere terminato; direi che potrebbe anche non finire mai, nel senso che sarebbe in grado di rigenerarsi ad ogni scatto e continuare quanto la vita del suo autore, poiché contiene in se delle variabili che lo rendono differente e utile ogni volta.

Jacques Le Goff ci ha mostrato che il mondo medievale era costruito attorno alla sua chiesa ed al suo campanile, oggi la costruzione dei valori e dei codici da seguire è diventata policentrica.

Il nuovo diluvio universale è rappresentato dall’immensa mole di informazioni ed immagini provenienti da ogni parte del pianeta, che come un’onda si è abbattuta sulle nostre certezze facendole scomparire nel giro di poco tempo.

A ben vedere aveva cominciato ad avvertirci Nietzsche oltre un secolo fa attraverso la sua interpretazione del Nichilismo.

La disgregazione di un centro, fisico o metaforico, quale punto di riferimento per la costruzione dei nostri valori e delle nostre relazioni è presente anche nelle contemporanee teorie urbanistiche, nella costruzione delle città o nella ricostruzione di parte di esse, in cui si percepisce la imprescindibile necessità di produrre più centri rispetto al piccolo, bello e rassicurante centro del Medioevo.

All’interno di questo nuovo policentrismo Cotroneo contribuisce a segnalarci uno dei centri possibili: il museo.

Ce lo presenta come luogo di raccordo fra passato e presente, entrambi elementi necessari alla costruzione del futuro così ossessivamente necessario nella nostra società terrorizzata dalla paura della morte.

Così i luoghi con statue e quadri in attesa di essere osservati si animano di persone, genericamente chiamate visitatori ma realmente essere umani, ognuno dei quali porta all’interno delle sale espositive se stesso, il proprio mondo, i suoi amori, i suoi problemi, la sua cultura, il suo abbigliamento, le sue ossessioni e soprattutto il suo smartphone.

Il solo pensiero di essere scollegati dal resto del mondo in un luogo ben definito terrorizza l’essere umano contemporaneo; egli manifesta continuamente la necessità di avere un contatto continuo con l’esterno e di portare testimonianza di ciò che ha visto fotografando le opere esposte o addirittura telefonando durante il percorso espositivo, amplificando a dismisura la solitudine cui siamo sottoposti fin dalla nascita.

Genius Loci registra questo, ci illustra una delle connessioni che trasforma questo incontro in contemporaneità.

I visitatori, cioè gli umani, descrivono chiaramente il desiderio di condividere, di essere in un luogo scelto per ciò che rappresenta, per incontrarsi e costruire un codice comune.

Ecco il termine necessario: condivisione.

Allo stesso modo in cui ci si incontrava nella antica piazza davanti alla chiesa ed attorno al campanile, oggi si cerca l’incontro nei musei.

Anche nei musei.

Il museo come uno dei centri della nostra vita policentrica.

Cotroneo è riuscito a leggere questo con il suo progetto fotografico che già dal nome denuncia il desiderio di raccontare un certo luogo facendosi ispirare e quasi consigliare da esso, cercandone appunto il Genio che lo abita.

Allo stesso modo in cui si entra in chiesa, in ossequioso silenzio, così egli entra laicamente nell’inedito spazio sacro restituendoci una religiosità nuova data dall’incontro segreto e personale fra l’essere umano e l’opera artistica.

Il Genius appartiene ad un dato luogo legandosi indissolubilmente al paesaggio ed il progetto ne percepisce  la presenza, così le sue fotografie nella loro eleganza inconscia raccontano del paesaggio umano, ma non di quello che si materializza all’interno del fotogramma bensì di quello che sta fuori dai luoghi fotografati.

Se si osservano le immagini e le si sommano fra loro è possibile percepire quasi d’incanto cosa siamo diventati oggi.

Questa è una delle sorprese più avvincenti del progetto che, come già accennato, lo rendono non-finito o infinito, come il limite matematico di cui l’autore parla nella prefazione del suo ultimo libro Genius Loci.

L’abbigliamento, gli assembramenti, una sottile e costante sciatteria di fondo negli atteggiamenti che

denunciano spesso un comportamento disincantato, sono tutti elementi che concorrono alla costruzione della nostra immagine contemporanea.

Non è un giudizio di merito ma solo una constatazione.

Spesso si sente la mancanza per il rispetto che la sacralità a cui si è accennato in precedenza richiederebbe, ma anche questo è lo specchio dei nostri tempi.

Se si riesce ad andare oltre il forte senso estetico che permea l’intero progetto rendendo tutto incredibilmente bello ed elegante, è possibile leggervi l’elemento più interessante nascosto al suo interno che è quello di portare fuori il dentro costringendoci a specchiarci nelle sue immagini, riuscendo così in un intento assai difficile da realizzare.

In questo senso ha dato luogo, forse per la prima volta, alla fusione di due spazi dell’eterotopia: il museo e lo specchio.

L’utopia di cui parla Cotroneo quando commenta una sua fotografia si è straordinariamente trasformata in una doppia eterotopia.

Il vero senso del progetto credo sia questo.

Genius Loci è strettamente legato alla teorizzazione degli spazi di Michel Foucault ed alla sua creazione del concetto di eterotopia.

Ci sono innanzitutto le utopie. Le utopie sono spazi privi di un luogo reale. Sono luoghi che intrattengono con lo spazio reale della società un rapporto di analogia diretta o rovesciata.

Ci sono anche, e ciò probabilmente in ogni cultura come in ogni civiltà, dei luoghi reali, dei luoghi effettivi, dei luoghi che appaiono delineati nell’istituzione stessa della società, e che costituiscono una sorta di contro-luoghi, specie di utopie effettivamente realizzate nelle quali i luoghi reali,

tutti gli altri luoghi reali che si trovano all’interno della cultura vengono nel

contempo rappresentati, contestati e sovvertiti; una sorta di luoghi che si trovano al di fuori di ogni luogo, per quanto possano essere effettivamente localizzabili. Questi luoghi, che sono assolutamente altro da tutti i luoghi che si riflettono e di cui parlano, li denominerò, in opposizione alle utopie, eterotopie.

Per Foucault l’eterotopia funziona quando gli uomini si trovano in una rottura con il loro tempo tradizionale, così le due parti di noi, Io penso ed io empirico paradossalmente sono separati.

Non potrò mai percepire il mio Io penso ma percepirò sempre il mio io empirico perché fra Io e io c’è di mezzo un elemento che li terrà sempre separati: il tempo.

Il tempo ci erode la vita e rappresenta il nostro maggiore condizionamento, non solo perché ognuno di noi ne possiede una quantità limitata ed ignota ma soprattutto perché il suo passaggio accresce  la quantità di filtri di cui ci dotiamo per vivere, oltrepassarli è un’impresa titanica perché sono l’ultima barriera oltre la quale si cela la nostra vera essenza, la fusione di Io e io.

Le fotografie di Genius Loci congelano per un attimo il tempo fondendo le due parti di noi, facendole toccare per un istante e mostrandoci così come siamo, nell’incredibile unione di due spazi eterotopici (specchio e museo) abbiamo la possibilità di raccontarci realmente senza filtri.

In questo senso penso che queste immagini  rappresentino pienamente la realizzazione dell’eterotopia del XXI° secolo costruendo un ponte fra visibile ed invisibile seguendo il percorso indicato da Duchamp che, come nota Octavio Paz,  ci ha mostrato che tutte le arti, senza escludere quella degli occhi, nascono e terminano  in una zona invisibile.

Pertanto credo sia possibile affermare che se l’arte ci porta in una dimensione dove da soli non riusciamo ad andare, allora Genius Loci può essere letto come un lavoro realmente artistico realizzato da un fotografo che ha più a che fare con l’umanesimo che con l’ossessione tecnologica dei nostri giorni.

Buona visione

©  marzo 2017 |  Aldo Sardoni
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(1) Servio (IV-V sec. d.C.) commento all’Eneide 5,95