Nel tempo sospeso di Gigliola Foschi

Testo scritto in occasione della curatela e della mostra “Nel tempo sospeso”, Padova 12 ottobre – 3 novembre 2012.

 

Nell’era di internet – in questo eterno presente che ci costringe a inseguire notizie sempre nuove e a misurare il senso delle nostre vite in base ai contatti su  Facebook – possiamo davvero fare a meno della storia e della memoria? Vivere perennemente “connessi” per rimanere sempre agganciati al presente, e con gli occhi puntati solo sull’immediato futuro: dobbiamo forse considerare come ineluttabile questa condizione che ci rende immemori del passato?

Aldo Sardoni dice di no.

Ponendosi in consapevole antitesi rispetto a tale sopravvalutazione di un presente incalzante e incombente, questo artista s’inoltra  con la sua ricerca fotografica tra le pieghe del tempo, fino a far emergere un senso di sacralità che ci rimanda alle origini,  alle fonti perenni della nostra cultura visiva e alle dimensioni arcaiche della religiosità mediterranea. Sardoni riflette e coglie i suggerimenti cristallizzati nell’arte del passato per rielaborarli e creare immagini al contempo attuali e volutamente inattuali. Anziché obbedire agli imperativi del mercato, che vuole opere sempre nuove ed innovative, i suoi lavori si nutrono di tradizione senza per questo risultare nostalgici. Invece di stupire e provocare, sollecitano il nostro immaginario con delicatezza. Evitano di entrare nel gioco mediatico, in cui sembra avere la meglio chi urla più forte, preferendo il silenzio e i toni bassi, quasi bisbigliati.

Egli stesso – anziché fornirci una sua biografia aggiornata con l’elenco delle mostre in cui ha esposto – si ritrae e si autodefinisce nato a Roma tra il 1550 e il 1600, quasi volesse sorgere direttamente dal passato remoto per sfuggire alla morsa del tempo odierno, con la sua smania di protagonismo.  E in effetti, le fotografie di Aldo Sardoni  nascono in modo consapevole dal bisogno di far rivivere un universo visivo imbevuto di storia dell’arte, dove affiorano aspetti che rinviano ad antichi misteri sacrali, a influenze che vanno da Caravaggio a George de La Tour.  Dell’arte barocca Sardoni non ama infatti la vitalità esuberante e quasi chiassosa di un Rubens, e neppure i vortici di nuvole e angeli che sembrano voler trasformare le cupole in cieli luminosi. Il suo non è uno sguardo che sale verso l’alto ma che s’inoltra verso le pieghe della terra, dove bambine e donne sono ritratte nell’oscurità, spesso entro grotte che s’intravedono appena.  Come  de La Tour, egli sceglie addirittura di usare, quale unica fonte di luce, il lume delle candele. Una luce antica, mai dimentica del buio da cui proviene, che non s’impone vittoriosa, ma si espone al proprio limite e si confronta con l’oscurità della notte, da cui emergono volti e corpi simili ad apparizioni avvolte in un’aura arcaica.  Tale luce baluginante, rossastra, calda, ardente  e religiosa, che non cancella il buio ma anzi lo fa emergere e lo valorizza, trasforma le sue immagini in qualcosa di materico e sontuoso. Un aspetto, questo, sottolineato anche dalla scelta di stampare le sue immagini su tela e non su carta, quasi a voler ulteriormente sottolineare questo suo bisogno  di compiere un viaggio a ritroso nel tempo.  Come racconta l’autore “per me la tela è un ‘medium’ importante: la sua trama dà alle mie immagini un aspetto materico che non riesco ad avere in altro modo; elimina la perfezione tecnica, ma mi è necessaria per tornare indietro, per richiamare, per alludere, non per copiare o imitare un dipinto.”  Ciò che gli preme è che  le sue immagini diano l’impressione di materializzarsi dalla profondità del tempo e da un passato inesauribile.  Un tempo dove regnano insieme il raccoglimento e lo splendore dei sensi, la gravità della materia corporea e un’atmosfera sacra, il chiarore della luce e la profondità potente delle tenebre. Per Sardoni infatti la visione è anche un viaggio verso il mistero del femminile: un incontro con “l’eterno femminino”  che per lui si fonda sul sentire corporeo e non sulla distanza fredda di un osservatore  che oggettiva quanto ha di fronte. Lungi dal separarsi dal fondo sensuale del vedere, lui vi si immerge, affinché corpi e volti, gesti e sguardi conservino un’intensità misteriosa, una gravità che li mantiene in contatto con la forza primigenia della terra. Come se le sue immagini volessero esprimere i segreti più reconditi dell’intimità femminile,  egli interroga sguardi assorti e pensosi, si avvicina ai corpi come per sentirne il calore, li avvolge in quella magica oscurità delle tenebre dove essi rivelano un mistero che sarebbe destinato a dissolversi nella luce trasparente del giorno.

 

 © ottobre 2012 | Gigliola Foschi

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Gigliola Foschi, giornalista, critica d’arte e della fotografia, è docente di Storia della Fotografia presso l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano. Attualmente scrive per la rivista “Gente di fotografia”, dopo aver a lungo collaborato con il quotidiano “l’Unità” e con numerose riviste d’arte e fotografia. Ha partecipato ai volumi: Tra luce e ombra (2004); Perché non parli? Le discipline dell’arte contemporanea raccontate dagli autori (2010); The History of European Photography Vol.I 1900-1938 (2010); Scorci di Corea/Glimpses of Korea (2013). É autrice di numerosi testi per cataloghi; tra i più recenti: America ’70. La fotografia tra sogno e realtà (2014); Luigi Tazzari, 2013, (2014).